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Slow Tourism: la riscoperta dell’Irpina

di Angela Pasquariello

L’emergenza Covid-19, il lockdown, le limitazioni agli spostamenti, la paura del contagio, la necessità del distanziamento hanno imposto rinunce e cambiamenti nelle vite di tutti, in ambito economico, sociale, e anche turistico.

Se fino allo scorso anno il turismo contribuiva al 10% del PIL, generando un posto di lavoro su dieci, oggi i dati raccontano di un pesante contraccolpo e della necessità di un nuovo modo di pensare ad esso.            
Si sente sempre più spesso parlare di “Slow Tourism”, un nuovo modo di viaggiare, che enfatizza la connessione e la conoscenza di persone nuove, cibo e musica locale, nel pieno rispetto dell’ambiente; è un’esperienza che accompagna il turista alla scoperta di territori e prodotti nascosti.           
Sono le aree minori, meno rumorose, a trarre vantaggio da questi cambiamenti, spazi incontaminati e poco affollati, piccoli borghi e centri lontani dai grandi poli turistici, e l’Irpinia è uno di questi, un territorio ricco di sapori e tradizioni, ma privo di adeguati progetti di rilancio e di promozione.            
L’Irpinia offre un sistema di offerta plurale secondo le dimensioni della tipicità, naturalistico ambientale e storico-culturale: un patrimonio enogastronomico di eccellenza, lavorazioni artigianali antiche, riserve e aree parco, borghi, castelli, santuari.

Se la pandemia ha stravolto le abitudini, la dimensione spaziale e temporale della quotidianità, ma anche le opportunità e le modalità di fare turismo, i territori devono porsi nelle condizioni di sfruttare al meglio le possibilità che il cambiamento forzato offre.

L’Irpinia non è una destinazione turistica, eppure con i giusti interventi e la giusta direzione, qualcosa potrà cambiare.

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