Home Economia Crisi dell’uva. Acone: “basta personalismi, facciamo le cantine sociali”!

Crisi dell’uva. Acone: “basta personalismi, facciamo le cantine sociali”!

di Daniela Battaglia

Negli ultimi tempi crescono le difficoltà per molti viticoltori a piazzare le uve sul mercato. Così i piccoli imprenditori delle zone di Castelfranci, Paternopoli e Montemarano, si ritrovano schiacciati da questa economia che causa la perdita di importanti somme di denaro e che potrebbe costringere i piccoli viticoltori ad abbandonare la vendemmia. Ci possono essere delle soluzioni attuabili? Per rispondere a questa domanda, abbiamo intervistato l’Ambasciatore delle Città del Vino, Teobaldo Acone.

Teobaldo Acone – Ambasciatore città del vino

Alla luce delle problematiche sorte in Irpinia negli ultimi tempi, lei pensa ci possa essere una soluzione fattibile?

“Si, la creazione delle cantine sociali. Però, bisogna iniziare dalla storia. Questo perché, più di trent’anni fa, ci furono dei tentativi per creare le cantine sociali. Il primo tentativo ci fu’ a Taurasi con l’enopolio. Allora c’erano poche cantine. Per intenderci non c’era nemmeno la cantina di Antonio Caggiano (ad oggi una cantina presa come punto di riferimento per il territorio). Nonostante i buoni propositi e un incontro tra i vari viticoltori della zona, il tentativo fallì. Poi ci fu un secondo tentativo a Castelfranci. Anche in questo caso, il tentativo non ebbe buoni risultati. Quindi il problema, che è insito nel territorio del Taurasi, nasce dal fatto che sia le piccole aziende che sono nate sia i viticoltori hanno fatto sempre un discorso personale. Da questi avvenimenti poi si sono venuti a creare i problemi con cui oggi abbiamo a che fare. La pandemia poi ha peggiorato le cose.”.

Quindi la pandemia ha messo in difficoltà i viticoltori e le aziende?

“La pandemia ha messo in difficoltà le grandi, medie e piccole cantine. Difatti, andando a vedere nello specifico, molte cantine hanno ancora vino non venduto dagli scorsi anni. Questo perché la vendita del vino è stata bloccata nelle fasi iniziali della pandemia. Sorvolando sul fatto che sono stati creati molti impianti di vigneti, sia da parte delle cantine che degli agricoltori. Quindi in questo momento le cantine non hanno più la preoccupazione di trovare l’uva, per i motivi già detti. Gli agricoltori non si sono preoccupati, in un primo momento, di questi problemi che si potevano creare.”.

Lei, in quanto Ambasciatore della Città del vino, potrebbe darci una soluzione?

“A me piacerebbe avere la possibilità di fare un incontro con questi trenta agricoltori e ragionare con loro. Sono a loro disposizione, come l’associazione “città del Vino”. Proprio perché questo potrebbe essere il momento adatto per arrivare alla creazione di una cantina sociale in quel territorio. L’associazione “Città del Vino” potrebbe aprire il territorio a nuove possibilità. Potrebbe far venire un esperto che insegni come creare una cantina sociale. A Benevento già esistono delle cantine sociali, e come sono state create li si potrebbero creare anche in Irpinia.”.

Secondo lei, come mai in Irpinia non siamo riusciti ad arrivare alla creazione delle cantine sociali?

“Principalmente perché a Benevento c’è la cultura del vino e del territorio, mentre in Irpinia questa cultura ancora non c’è. Questa mancanza potrebbe essere dovuta dal fatto che l’Irpinia ha avuto due colossi del vino, prima Mastroberardino e poi i Feudi. Questi hanno prevalso sulle altre cantine impedendo un discorso simile a quello beneventano. Ovviamente queste cantine hanno favorito il lancio dell’Irpinia per i vini e hanno permesso la crescita delle cantine medie e piccole. L’errore potrebbe esser stato non fare un discorso comune, responsabilità anche del consorzio di tutela e dei sindaci dei comuni interessati.”.

Cosa avrebbero dovuto far i sindaci, secondo lei?

“I sindaci dei comuni interessati potevano fare un incontro con i viticoltori per capire il da farsi, per tutelare il territorio e coloro che vivono in quel territorio. Infatti, quando mi trovo al nord per delle convention con “Città del Vino”, assisto a discorsi univoci tra i vari sindaci e le cantine, visti gli interessi scambievoli.”.

Secondo lei, la diminuzione della vendita del vino degli scorsi anni è dovuta solo alla pandemia?

“Non solo alla pandemia che è stata la parte finale. Il discorso infatti viene da lontano, come ho già detto in altre interviste. Bisognerebbe fare sistema tra le cantine e i sindaci, come detto, e naturalmente il consorzio di tutela dovrebbe funzionare in maniera efficiente. In questo momento, ad esempio, il consorzio di tutela avrebbe dovuto subito prendere iniziative per dare una mano a questi viticoltori. Magari chiamando le cantine del consorzio e proponendo una divisione equa delle uve.”.

Quindi con la creazione delle cantine sociali potrebbe avere il vantaggio di non lasciare indietro i piccoli viticoltori?

“Certo. Se, ad oggi, fosse esistita la cantina sociale non ci sarebbe il problema dei trenta viticoltori in difficoltà. In questo caso avrebbero potuto conferire l’uva alla cantina sociale evitando i problemi con le cantine che, attualmente, non comprano più le loro uve. Io vorrei ragione con questi viticoltori, parlare con loro, falli ragionare per il futuro. Questo perché, se loro sono d’accordo a creare una cantina sociale, con un supporto tecnico, nazionale si potrebbe fare qualcosa di reale. Secondo me, è arrivato il momento giusto per arrivare alla creazione di una cantina sociale.”.

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