Home Accadde Oggi 23 novembre 1980. Un terremoto lungo 42 anni

23 novembre 1980. Un terremoto lungo 42 anni

di Daniela Battaglia

Una ferita ancora aperta, non solo nei ricordi dei sopravvissuti

Il 23 novembre 1980 alle ore 19.34 un sisma di magnitudo 6,9 gradi della scala Richter con epicentro tra i comuni irpini di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania, colpì la Campania e la Basilicata causando 2.914 morti, 8.848 feriti e 300mila sfollati. È considerato, ad oggi, ancora uno dei più gravi terremoti della storia italiana, il secondo del 1900.

Oggi ricordiamo che quarantadue anni fa un terribile terremoto mise in ginocchio l’Irpinia, i cittadini, le Forze dell’Ordine, i Vigili del Fuoco e tutti i volontari partiti alla volta delle cittadine distrutte per cercare di dare una mano. Il terremoto fu caratterizzato da più scosse sismiche. Si ritiene che dopo quaranta secondi dalla prima scossa se ne siano verificate altre due con, più o meno, la stessa intensità, così afferma l’INGV.

Si riscontrarono diversi problemi gravi. La mancanza, prima di tutto, di una stazione sismica locale, difatti la più vicina era quella dell’Osservatorio Vesuviano. Ciò rese complicato capire la reale localizzazione del terremoto. Inoltre, all’epoca la Protezione Civile non era un’istituzione stabile e strutturata come lo è oggi; infatti, i primi soccorsi furono affidati alle autorità locali e ai volontari. Il giorno dopo il terremoto iniziarono ad arrivare i primi aiuti consistenti con 22 mila militari per aiutare la popolazione messa in ginocchio.

Autore della foto: Marcelli Claudio, dall’archivio fotografico del PCI.

Ancora ad oggi, soprattutto tra i giovani, quando si sente parlare del terremoto dell’ottanta si ripensa alle testimonianze di parenti e conoscenti. Testimonianze toccanti, attraverso le quali si riesce solo ad immaginare lo strazio e la paura di quei momenti.

Oggi abbiamo avuto la possibilità di intervistare la signora Rosa, Rosetta per amici e familiari. All’epoca la signora Rosa aveva 31 anni, giovane mamma di due bambini piccoli. Ci ha raccontato gli avvenimenti, le paure, i sentimenti di giorni che sono stati strazianti per lei e per molti altri cittadini, irpini e non.

Mi trovavo da mia suocera, ero andata a pranzo li. Abitava ad Avellino a Viale Italia. Verso le 19.30 stavo cambiando Alberto, mio figlio più piccolo e nel mentre, all’improvviso, ho sentito questa forte scossa di terremoto. Ricordo di aver visto i muri che si alzavano e si abbassavano. Ci siamo precipitati tutti verso la porta che era bloccata. La porta non si muoveva.” – ha affermato la signora Rosa- “appena siamo riusciti ad aprire la porta, ci siamo precipitati giù. Li ho trovato mio marito, Carmine. Era a lavoro e appena ha sentito il terremoto si è precipitato da noi. Ci siamo ritrovati tutti sotto il portone. Da lì il primo pensiero è andato ai miei genitori, mio fratello e le sue bimbe. Le linee non funzionavano, non riuscivamo a metterci in contatto con nessuno. Per fortuna, in tarda serata e dopo tanti tentativi, ci hanno risposto. Almeno sono riuscita a sapere che stavano tutti bene.”.

Dopo il terremoto siete risaliti in casa o siete andati altrove?

Dopo il terremoto ci siamo organizzati e siamo andati in campagna, ci ha ospitato un’amica di famiglia. I primi giorni abbiamo dormito in macchina e creato un bagno, alla meglio. Successivamente abbiamo sistemato diversi letti nella casa in campagna, in cucina. Ci siamo arrangianti e abbiamo dormito tutti insieme. Le condizioni igieniche erano pessime ma, in quel momento, non potevamo pretendere tanto.”.

Che cosa avete provato, cosa pensavate in giorni così difficili?

Pensavo alla mia casa, non sapevo cosa fosse successo al palazzo. Anche dopo il terremoto avevo paura di morire, avevo paura per i miei figli. Anche i giorni dopo il terremoto si sentivano notizie di paesi distrutti, morti sotto le macerie. Mio cognato, che viveva in Svizzera, venne ad Avellino per darci una mano e dopo aver visto in che condizioni vivevamo mi propose di andare a passare qualche tempo con lui in Svizzera. Accettai di buon grado. Mio marito doveva lavorare e non poteva venire con noi. Io avevo paura di ritornare a casa e vivere da sola lì con i bambini, ero talmente impaurita. Siamo rimasti un mese e mezzo in Svizzera e mio marito ogni quindici giorni ci veniva a trovare.”.

Subito dopo il terremoto cosa ha pensato? Cosa sentivate?

I primi minuti dopo la fine del terremoto non sentivamo nulla. C’era un silenzio assordate, la città e i classici rumori che la distinguevano non c’erano più, spazzati via insieme ai palazzi. Qualche minuto dopo abbiamo sentito un frastuono, un vociare generale. Le persone cercavano di chiamare i propri familiari, chiedevano aiuto.”.

Come avete vissuto gli anni dopo il terremoto?

“Per tanti anni, i vari eventi venivano ricordati come quelli che si sono svolti prima del terremoto e quelli che si sono svolti dopo. Ci ha segnato profondamente.”.

Ricorda qualche evento in particolare per capire quanto vi ha segnato?

Mesi dopo il terremoto, mi trovavo a casa dei genitori di mio marito. Avevano un lampadario che guardavo sempre, per paura che si muovesse di nuovo. Mio suocero, colta la mia paura, un giorno tornò e cambio il lampadario. Prese una plafoniera così da evitarmi il torcicollo ogni volta che andavo a casa loro.”.

Così ha concluso la signora Rosa. Con uno scambio scherzoso per alleggerire i brutti ricordi. E ora, a distanza di anni da quell’incubo, restano ancora visibili le tracce della calamità in alcuni paesi diventati ‘fantasma’ mente nelle città più grandi immobili vengono lasciati pericolanti sorretti, ormai da anni, da ponteggi.

Autore della foto di copertina: Mancia Bruno, dall’archivio fotografico del PCI.

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